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Le interviste

Intervista a Mietta Sighele

mercoledì 03
lug 2013

Una conversazione a 360° con il Direttore Artistico del "MusicaRiva Festival": il Concorso, i giovani, le prospettive, l'impegno. Ma anche il rapporto  di Mietta Sighele con il tenore Veriano Luchetti e i maggiori protagonisti del Teatro d'Opera:   un affascinante scorcio sull'epoca d'oro del Belcanto.
A cura di Antonella Neri



Incontro la signora Mietta Sighele, fondatrice ed anima del Concorso Internazionale per giovani cantanti lirici "Riccardo Zandonai" del quale si è appena conclusa la ventesima edizione.
Un palcoscenico di anno in anno più prestigioso e ambito dai giovani cantanti di tutto il mondo, non solo per l'importanza dell'agone ma anche perchè offre la possibilità di esibirsi davanti a importanti operatori del settore e, cosa ormai rara, un concreto inserimento nel circuito teatrale.
Sono molti i cantanti distintisi negli anni al concorso, (qualche nome: Francesco Meli, Mirko Palazzi, Ermonela Jaho, Anna Samuil, Maja Alexander Tsymbalyuk, Annalisa Stroppa ed molti altri) che sono poi stati ospiti nei cartelloni più importanti del mondo quali: "La Scala" di Milano, il "Metropolitan" di New York, l' "Opera" di Parigi. Tra la giuria infatti, a questo scopo, oltre ad importanti esponenti lirici e musicali, prendono posto anche giornalisti di riviste specializzate e direttori artistici di teatri italiani ed esteri.
 
Mietta Sighele - Mimì ne Mietta Sighele è oggi conosciuta principalmente per il suo ruolo di Direttore Artistico del Musica Riva Festival, ma è stata una protagonista, assieme al marito, il tenore Veriano Luchetti, dell'epoca d'oro del Belcanto italiano.
Schietta ma riservata, diretta, spiritosa, modesta, Mietta Sighele non parla volentieri di sè e della sua carriera:

Non amo raccontare la mia vita, soprattutto quella privata, ne sono un po' gelosa... e poi, perché, sinceramente, per noi cantare era la cosa più naturale da fare, era normale!
Mi sono resa conto solo dopo dell'importanza di alcune cose che abbiamo fatto, ma allora tutto era vissuto all'insegna dello studio, dell’impegno e della normalità.
 
Cantare con Di Stefano, Corelli, Mario del Monaco, Pavarotti, Kraus,  Luchetti. non è così normale!
A noi che guardiamo a quell'epoca come irripetibile per la quantità e la qualità di voci e di direttori che hanno reso grande il Teatro d'Opera, poter parlare con chi l'ha vissuta in prima persona è sempre una grande emozione che dà i brividi.
Ci racconti qualcosa in più, gliene saranno grati tutti i lettori.

All'epoca tra Di Stefano e del Monaco, ma anche con Corelli c'era, com'è noto, una certa rivalità. Io ho avuto la fortuna di cantare con entrambi. Con Del Monaco ho cantato “Pagliacci” al Teatro dell'Opera di Roma e poi anche in altri teatri. Quando hai l'opportunità (e la fortuna) di cantare al fianco di artisti di questa caratura, se sei intelligente, hai tanto da "rubare". Il cantante che vuole crescere deve essere  attento e curioso per cercare di carpire il più possibile dai più bravi... si impara soprattutto osservando chi ha più esperienza e mestiere...
 
La parola mestiere ricorre spesso in coloro che hanno cantato al suo livello. Perchè?
Il nostro non solo è un mestiere ma è anche molto duro, faticosissimo: bisogna affrontare sacrifici, viaggi, freddo, caldo... e anche quando non si è al 100% bisogna fare il proprio lavoro per non mettere in difficoltà i teatri e soprattutto non deludere il pubblico che è venuto ad ascoltarti.
Devo confessare che ho dato moltissimo alla mia famiglia, ma di più al pubblico, il mio pensiero era sempre rivolto alla gente. In fondo, quando instauri questo tipo di rapporto basato sul desiderio di dare il meglio a coloro che amano l’Opera, il pubblico diventa anche un po' la tua famiglia.
 
Abbiamo citato Di Stefano, Corelli e del Monaco, ma lei ha cantato anche con Pavarotti, con Kraus, Carreras e tanti altri. Può dire se c'è stato uno di questi grandi nomi con cui ha avuto una maggiore affinità?
E’ un po' difficile da dire perché ognuno di loro ha qualcosa di diverso e unico;
Se però parliamo della capacità di calarsi completamente nel personaggio, Di Stefano e Luchetti erano insuperabili.
    
Un episodio o una situazione particolare della sua vita?
Sono stata la prima europea a cantare Butterfly in Giappone
Nel 1960 sono stata invitata alla stagione teatrale italiana: fare e la giapponese in Europa va benissimo, ma farla a Tokio...
E’  una circostanza della mia vita  cui ripenso sempre: ero proprio incosciente!
La sera della prima, io non lo sapevo, ma c'era l'inaugurazione delle trasmissioni a colori NHK (la televisione di stato giapponese) che trasmetteva in diretta dal Teatro.
Adesso quando mi rendo conto dell'importanza e del rischio della cosa: se me l'avessero chiesto dieci anni dopo, avrei detto "No, non vengo a fare la giapponese in Giappone!"

Concorso Zandonai - Edizione speciale per l'EXPO a Shangai 2010 E dopo 50 anni…è stata la volta della Cina.
Il Concorso “Zandonai“ nel 2010 è stato invitato a Shangai per l'esposizione universale.

E’ stata la prima volta nella storia dell'Expo che un Concorso lirico entrasse a farvi parte. Hanno realizzato un evento straordinario, c’era arte in ogni cosa: iniziava con quattro pannelli del '600 ricamati con oro e coralli di Sciacca…
Devo confessare che mi sono sentita orgogliosa di essere italiana, e di rappresentare l'arte nobile e immortale del Belcanto.
 
Parliamo  di Veriano Luchetti, il suo compagno di vita purtroppo recentemente scomparso (nel 2012 n.d.r.).
Abbiamo studiato tanto insieme… senza mai nasconderci niente.
  
Oltre la grande voce e il talento universalmente riconosciuti, qual è stato il pregio più grande di suo marito?
L'umiltà davanti alla musica: lui studiava sempre. Con lui ho imparato che più si è grandi più si è umili...
E poi il desiderio di migliorarsi. Aveva scelto un repertorio per il quale non interpretava opere facili o popolari. Per questo motivo i direttori lo stimavano enormemente e gli affidavano le parti più complesse. Sapevano che amava studiare, mettersi alla prova. Non “investiva” in un ruolo per poi replicarlo centinaia di volte: ha studiato ruoli per farne anche solo sei recite…
 
Lui è ricordato soprattutto per questo, per la sua capacità di interpretare anche opere poco eseguite, complicate, difficili e per molti inarrivabili.
Questa è stata la sua scelta artistica, che per lui era quasi una necessità: sentiva il bisogno di ampliare il suo repertorio, di affrontare ruoli nuovi e di spessore musicale.
Poi - certo - ha cantato molto volentieri anche opere più popolari (lui diceva "finalmente mi riposo"); ma la maggiore soddisfazione con grandi direttori quali Muti, Abbado, Solti, Giulini l’ha avuta sempre con opere ricercate.

Mietta Sighele e il M° Veriano Luchetti - Madama Butterfly di Puccini Cosa è significato condividere oltre la professione anche la vita? Spesso capita tra artisti che il rapporto non sia sempre facile. C'era competizione tra di voi?
A mio modo di vedere, dipende dalla generosità e dall'intelligenza delle persone. Io ero talmente felice quando mio marito aveva successo!
Le racconto un piccolo aneddoto: cantavamo “La Bohème” a Firenze. Com’è noto subito dopo la "Gelida manina" Mimì attacca subito "Mi chiamano Mimì".
Il pubblico era talmente entusiasta dell’interpretazione di Veriano che io ho preso il mio scialle per uscire e lasciare la scena tutta per lui. Ero talmente felice del suo successo…
Ma Veriano sottovoce mi bisbigliò incredulo: "Ma  dove vai? Dove vai??" Allora sono tornata indietro e ho cantato la mia aria.
Tra di noi non c’è stata mai gelosia o competizione ma solo generosità e rispetto, oltre  naturalmente alla profonda stima che nutrivamo l’uno per l’altra.
Quando ad avere successo ero io vedevo Veriano felice, gli brillavano gli occhi.
Poi a casa ci dicevamo tutti i nostri segreti.
E’ chiaro che alla base di tutto c’era l’amore. Abbiamo anche avuto due figli, Laura e Francesco, e una famiglia che definirei meravigliosa. Sono felicemente nonna di due bellissimi nipotini: Lucia e Veriano.
  
Facciamo un passo indietro: a quanti anni ha cominciato a studiare canto?
Ho cominciato a 16 anni e mezzo e con un mezzosoprano che aveva fatto la scuola di Battistini. Lei mi ha insegnato la prima cosa: il fiato. Subito!
 
Lei ha studiato anche all'Opera di Roma?
Ho vinto il concorso allo Sperimentale di Spoleto (nel 1959 n.d.r.) e allora era prassi studiare al Teatro dell’Opera per poi debuttare allo Sperimentale. Si lavorava quindi con i Maestri sostituti, con gli assistenti, tutti del Teatro dell’Opera: era meraviglioso! Eravamo dentro con i grandi, sentivamo le loro recite. Io ero sempre lì, andavo ad ascoltare anche le prove d'orchestra.
Quell’atmosfera, con le dovute proporzioni, ho cercato di ricrearla nel nostro Festival a Riva del Garda.
Penso che i cantanti debbano integrarsi perfettamente nell’orchestra, diventandone parte. Questo, specialmente oggi, è difficile da far capire, c'è molto  individualismo e i cantanti sono poco preparati da questo punto di vista, secondo me.

Che importanza ha avuto per la sua carriera l’aver vinto il Concorso a Spoleto?
Molta. A Spoleto mi ha sentito Giancarlo Menotti, che mi ha invitata immediatamente a cantare ne la Bohème al Festival dei Due Mondi.
Dopo quella Boheme, sono stata invitata dal teatro dell’Opera di Roma per cantarla con Giuseppe Di Stefano… Se ci penso adesso quasi cado dal letto (ride), ma ero talmente impegnata e concentrata allora, da non rendermi conto dell’enorme responsabilità che mi avevano affidato.
 
Isaac Karabtchevsky – IX Sinfonia di Beethoven – Concerto conclusivo del Musica Riva Festival 2012Torniamo all’imminente edizione 2013 del Festival di Musica Riva.
Lei metterà a disposizione dei giovani la sua preparazione e la sua esperienza anche nella masterclass che terrà dal 26 luglio al 2 agosto, dedicata quest'anno al Melodramma mozartiano e all'Opera dall'Ottocento al Novecento storico.
So che gli allievi al Festival la adorano. Una caratteristica del suo metodo d’insegnamento?

Consideri che quando insegno non sono per nulla buona e tenera, sono durissima.
E, al contrario di quello che si potrebbe pensare, questa mia severità viene apprezzata: l'accondiscendenza non fa crescere.
Prima di tutto, cerco di capirli psicologicamente, loro sentono che io dò loro la giusta considerazione e importanza ad ognuno e questo viene percepito come interesse e attenzione per la persona, capiscono che possono migliorare davvero. Un insegnante che ti dice sempre "bravo" non è un bravo insegnante.
 
L’aspetto più importante della tecnica?
Il fiato. Senza saper usare il fiato non si va da nessuna parte. La prima cosa che chiedo agli studenti è: come respiri?
Senza usare bene la tecnica del fiato non si può cantare legato, non si possono fare i “piano” (perché altrimenti sarebbero in falsetto), non si riesce a fraseggiare. E, cosa molto importante, con la corretta gestione del fiato viene fuori l’autentico colore della voce, quello che ti consente di cantare a lungo e senza problemi.
Una volta che conosci bene la tecnica puoi cominciare a cantare davvero!
Non si finisce mai di studiare, di scavare nella musica, nelle intenzioni dell’autore, nel disegno di una frase. Per fare questo ci vuole molto tempo, dedizione e umiltà cose che oggi purtroppo non sono molto consuete.
 
Dedizione, passione. Sono due doti che la contraddistinguono anche alla guida del Festival.
L’offerta formativa è anche quest’anno di livello assoluto; basti pensare che oltre alla masterclass di canto si alterneranno dal 18 luglio al 2 agosto 2013 docenti del calibro di Aldo Ciccolini,
Paolo Taballione, Natalia Gutman, Calogero Palermo, Fabien Thouand, Marco Pierobon, Marco Boemi, Isaac Karabtchevsky.
Come si fa, in Italia, di questi tempi, a garantire una così alta qualità?

Devo riconoscere che sono stata fortunata. Sono trentina di nascita e ho avuto molta stima e sostegno da parte delle istituzioni locali (Provincia, Comune e Regione).
Questo, naturalmente, non basta.
E’ un duro lavoro, quasi circense, di equilibrio e sforzi continui. Facciamo enormi sacrifici per poter garantire questo livello.
Ma non è una novità: In Italia o si lavora sull'onda della passione e si ha la capacità di trovare risorse e unire le forze, oppure è impossibile!
Poi, mi consenta una battuta: finché possiamo andremo avanti, quando non sarà più possibile...andremo avanti lo stesso! Ci impegniamo e ci impegneremo ancora per offrire ai giovani sempre qualcosa di nuovo e di valido.

Due sono le importanti novità dell’edizione 2013 del Concorso Internazionale per giovani cantanti lirici "Riccardo Zandonai"; quest’anno infatti anche gli esordienti potranno prendere parte al corso di direzione d'orchestra tenuto dal M° Karabtchevsky e avere dunque la possibilità di esercitarsi con la State Youth Orchestra of Armenia: a differenza delle passate edizioni non ci sarà un'audizione preliminare per questo corso...
Anche chi è alle prime armi ha diritto a fare esperienza. E’ un’iniziativa che ha riscosso un grande successo: la richiesta è enorme!
Avere tra le mani questo "giocattolo” e poter dirigere un'orchestra vera è un'esperienza da brivido per tutti, immaginiamo per i principianti. Sa, molti giovani oggi sono costretti a studiare con i dischi davanti allo specchio..."
Fin dalla prima edizione del Festival ho desiderato con tutte le mie forze attivare un corso di direzione d'orchestra. La mia fortuna è stata quella di incontrare  il M° Yuri Ahronovitch, che è stato nostro ospite per due edizioni del Festival e subito dopo il  M° Karabtchevsky che allora era direttore stabile alla Fenice di Venezia. Il Maestro non aveva mai fatto corsi di direzione e neanche ci credeva molto... invece è diventato un pilastro del nostro festival, sempre pieno di entusiasmo! Ama i giovani, dà tutto se stesso, esce dalle lezioni sfinito!

Il M° Veriano Luchetti insieme a Mietta Sighele
La diffusione del concorso, giunto alla ventesima edizione è sempre crescente e ormai a livello mondiale: nell'edizione 2013 si è toccato il record di 250 iscritti.
Lei è stata la fondatrice del concorso insieme a suo marito.
Si, all'inizio il più entusiasta era proprio Veriano, che mi ha subito suggerito di intitolare il Concorso a Riccardo Zandonai. 
Si domandava come mai in Trentino nessuno parlasse di questo grande autore!
Abbiamo iniziato quasi per gioco; ma il livello era talmente elevato che siamo andati avanti, in un continuo crescendo. Il numero delle presenze dai Paesi più diversi (Kazakistan, Russia, Guatemala, Indonesia solo per citarne alcuni) è sempre aumentato e con esso anche la qualità dei partecipanti: quest'anno i partecipanti  erano talmente bravi che abbiamo dovuto assegnare tutti i premi ex-aequo!!!! 

Nell'albo d'oro del concorso, tra i vincitori, ci sono molti orientali. Secondo lei come mai sono così bravi? E' una questione solo di studio, di disciplina o sono aiutati anche dalle caratteristiche fisiche?
Guardi, la patria del “Belcanto” è quella italiana, questo è fuori discussione.
E’ vero però che gli italiani sono un po' pigri  e disorientati.
Devo dire che gli stranieri vengono molto preparati, in particolare i coreani (non tutti ovviamente) hanno capito la tecnica del canto, sono intelligenti e hanno voglia di arrivare.
Per non parlare dei cinesi e dei giapponesi...
Noi non saremmo capaci di cantare la loro musica tradizionale, è impossibile; loro invece sono riusciti ad imparare la nostra tecnica.. 

Non le sembra un paradosso? La patria del “Belcanto” che ha dato i natali non solo a illustri compositori ma ai più grandi cantanti della storia, non riesce ad avere una vera e propria scuola.
Spesso ci si trova di fronte a ragazzi, magari dotati di qualità, che non sanno quale strada prendere...
Purtroppo è così, è proprio quello che raccolgo dai giovani, a volte in lacrime o disperati  perché hanno perso tanti anni e non sanno più cosa fare. 
Tengo a dire però che la responsabilità non è solo degli insegnanti . D'altro canto, i cantanti, se non migliorano, devono capire che c'è qualcosa che non funziona e farsi delle domande!  In ogni caso, ognuno dovrebbe essere sincero con se stesso e cercare di capire i propri limiti

Mietta Sighele a Shangai a colloquio con i giornalisti C'è anche una responsabilità del sistema scolastico?  Forse il problema della didattica  dipende dell'organizzazione dello studio che è diventata molto impegnativa, non tanto riguardo l'aspetto squisitamente vocale, quanto sul fronte delle altre materie. in Conservatorio le ore dedicate al canto sembrano troppo poche…
Infatti. Pensare di fare lezione di canto una o due volte alla settimana, è semplicemente ridicolo. Non è possibile studiare a casa da soli, perché, soprattutto i primi anni, si rischia di esercitarsi sull'errore.
La crisi di una certa didattica è ormai conclamata. Bisognerebbe dare voce al dramma che raccontano questi ragazzi: pieni di confusione, sono arrivati magari a trent'anni con una passione infinita e con dei mezzi anche importanti già distrutti.  

Sarebbe quindi necessarie per l'istruzione artistica un investimento in risorse, per sostenere i progetti che valorizzino i giovani e li accompagnino in un percorso, dagli inizi fino al debutto. Si dovrebbero forse istituire, per l'istruzione artistica, delle linee guida in modo da dare ai ragazzi la possibilità di orientarsi in un mondo molto complesso e competitivo E’ d’accordo?
Certo, non siamo sicuramente al primo posto per investimenti nella musica…Guardi cosa succede nei Teatri: un esempio per tutti è quello che sta accadendo al Maggio Fiorentino...fa male al cuore.
 
Qual è la cosa che la ripaga del suo impegno, cosa sente di ricevere?
Ricevo tanto da tutti, soprattutto dai ragazzi, dalla luce che vedo nei loro occhi quando fanno dei progressi  e superano le loro difficoltà.
Questo mi basta! Proprio di recente ho dato una lezione ad una cantante russa, molto brava ma non riusciva a risolvere il problema degli acuti. Io ho capito cosa fosse necessario, le ho spiegato la tecnica del fiato (che lei non conosceva). Ha recepito alla perfezione. Quando è uscita dall'aula ha continuato a ripetere gli acuti per i corridoi e i giardini, felice (aveva paura, forse...di perdere la posizione – mi viene simpaticamente da sorridere!!!!). Cosa c’è di più bello?

Il M° Karabtchevsky insieme a Mietta Sighele
Molti ci scrivono, chiedendo cosa possono fare per farsi ascoltare, quali audizioni o concorsi scegliere.
 In Italia vige un po' la consuetudine di far sostenere ai giovani, che si affidano alle agenzie, delle audizioni conoscitive - magari a pagamento - che non portano da nessuna parte. 
Un altro aspetto da considerare è che una volta i direttori ne capivano moltissimo di voci: Oggi sembra esserci meno preparazione. Lei cosa ne pensa?
Oggi è molto più dura; nei cartelloni ci sono sempre i soliti nomi e i giovani hanno vita difficile. Infatti il Teatro Municipale di Rio de Janeiro ha chiesto a noi, che siamo sempre in mezzo ai giovani, di organizzare delle audizioni per ben quattro opere della loro stagione 2014.
Grazie al M° Karabtchevsky, direttore artistico del Teatro di Rio, e alla sua fiducia nei nostri confronti, siamo riusciti a realizzare questo progetto, come si evince dal gradimento che ha avuto la pagina che cantarelopera.com gli ha dedicato (quasi 700 “Mi Piace” in poche ore n.d.r.).

Come mai questo legame del M° Karabtchevsky con il Brasile?
E' nato in Brasile da genitori russi.
 
Concludiamo questa lunga e interessantissima conversazione con  un consiglio: parlavamo prima di questi cantanti disorientati che sono un po' persi,  oppure ad un ragazzo che vuole iniziare. Che consiglio vuole dare?
A chi vuole iniziare dico subito che non è una vita facile, ma piena di sacrifici e che serve  una buona dose di umiltà davanti allo studio...
Per gli altri, quelli che si trovano in difficoltà, dico quello che sosteneva Rossini: "Per cantare ci vuole anche la voce”.

Secondo lei un cantante dotato di bella voce e di talento ma non più giovanissimo, ci deve comunque provare o l'età è uno scoglio insormontabile?
Come ho detto prima, oggi arrivano tutti un po' tardi. Noi ai concorsi ci andavamo  a 18/20 anni, adesso purtroppo verso i 30. Però c'è dietro una maggiore preparazione culturale, ma se le carte sono in regola, perché non tentare?
La fortuna passa, bisogna saperla afferrare! Se non lo si tenta, si rimane sempre con il rimpianto. "Perché non l'ho fatto? Perché non ci ho provato…?"
In bocca al lupo a tutti!!!!!
 
 
© Riproduzione riservata


Ringrazio ancora di cuore la Signora Mietta Sighele per averci raccontato tanto di sè e della sua vita artistica, per i tanti spunti offerti alla riflessione, e per il prezioso contributo del "Musica Riva Festival" alla promozione dei giovani cantanti nel mondo.
 
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